Considerazioni sull’Iran visto da Gaza
Non sostengo le manifestazioni in Iran, non perché neghi l’esistenza di contraddizioni interne o di conflitti sociali reali — che attraversano ogni paese — ma perché oggi esse si collocano dentro un contesto storico e geopolitico specifico che ne condiziona profondamente la lettura e gli effetti. L’Iran non è un attore marginale: è uno snodo centrale degli equilibri mediorientali, e ciò che accade al suo interno produce conseguenze che vanno ben oltre il piano nazionale.
È alla luce di questa centralità che va compresa la pressione esercitata dall’esterno. Stati Uniti e Israele non si limitano a osservare gli sviluppi interni iraniani, ma intervengono attivamente per trasformarli in un fattore di pressione politica. Washington non accompagna le proteste solo con dichiarazioni di principio, ma con atti concreti: prese di posizione ufficiali rilasciate mentre le piazze sono ancora in movimento, avvertimenti diretti alla leadership iraniana, rafforzamento o annuncio di nuovi pacchetti sanzionatori che colpiscono l’economia nel suo insieme. Misure che non hanno alcuna funzione di tutela sociale, ma che aggravano le condizioni materiali della popolazione e trasformano il malcontento in un fattore di logoramento strutturale dello Stato.
A questa pressione si affianca, su un piano parallelo e complementare, l’azione israeliana. Israele mantiene una pressione militare e di intelligence costante contro obiettivi iraniani nella regione e collega apertamente l’indebolimento di Teheran alla propria sicurezza strategica. In una fase in cui a Gaza è in corso una distruzione sistematica, sostenuta politicamente, militarmente e diplomaticamente dall’Occidente, l’Iran rappresenta uno dei principali ostacoli regionali alla piena libertà d’azione israeliana. La sua fragilizzazione non appare quindi come un effetto collaterale, ma come un obiettivo politico esplicito.
In questo intreccio di pressioni esterne, le proteste iraniane cessano di essere leggibili come un fenomeno esclusivamente interno. Vengono progressivamente assorbite in una strategia di pressione multilivello che combina sanzioni economiche, isolamento finanziario, guerra informativa e accerchiamento regionale. La crisi sociale non viene affrontata né risolta: viene utilizzata come leva geopolitica, funzionale a ridurre la capacità dell’Iran di agire come soggetto autonomo nello spazio mediorientale.
È su questo terreno che si colloca la mia posizione. Non per difendere un sistema politico, né per negarne le contraddizioni, ma perché l’effetto concreto di queste dinamiche, nel contesto attuale, è quello di rafforzare un rapporto di forza già profondamente asimmetrico. Allo stesso tempo, non è coerente né credibile condannare l’Iran sul piano dei diritti umani sulla base di criteri selettivi, quando nello stesso spazio regionale — a partire da Israele — si consumano violazioni di portata ben maggiore, sistematicamente tollerate o apertamente giustificate sul piano politico e diplomatico. Indebolire l’Iran, in questa fase storica, significa contribuire a un riequilibrio di potere funzionale all’asse USA-Israele, mentre sul fronte palestinese l’offensiva prosegue senza reali costi politici internazionali.
Olga Melody
11 Gennaio 2026